L'ultima estate di Michael Cannavale
Sophia aveva sempre pensato che la cosa peggiore dei funerali fossero i fiori — finché non trovò due corpi nella bara di suo padre.
Le prime righe
Sophia aveva sempre pensato che la cosa peggiore dei funerali fossero i fiori — finché non trovò due corpi nella bara di suo padre.
A volte, quando guardavo mia figlia, mi sembrava di scorgerle attraverso, come se fosse fatta di nebbia. Mi svegliai nel cuore della notte. Il silenzio nella villa non era quiete, ma assenza. Accanto a me, Emma dormiva rannicchiata, il coniglietto stretto al petto. Un ciuffo di capelli le velava il viso; la cicatrice sul mento – ricordo di quando a quattro anni aveva insistito per arrampicarsi come i gatti – brillava nella penombra.
Alba Arcangelo venne dichiarata morta un mese dopo la fuga. La fuga avvenne il 15 luglio 1990, erano in tre e svanirono nell'aria rovente dell'estate palermitana. Alba aveva cinque anni e seguì la sorella maggiore che scappava, mano nella mano col fidanzato, da una casa impregnata di urla e pugni contro i muri. Ogni responsabilità venne addebitata al padre, che era un uomo violento, e che poco dopo fu arrestato. La verità però ha molte facce
L'ultimo a vederla fu il tassista, un uomo di circa quarant'anni con capelli e occhi scuri, che nella notte fra giovedì 10 e venerdì 11 aprile la portò dal Kursaal Kalhesa a casa. Poi Irene Siviglia scomparve.
Arrivò al "Caffè del Porto" col sole basso nel cielo; non aveva ancora la pistola; aveva però soldi alle Cayman, una moglie dai lunghi ricci neri e piedi affusolati, un bambino che gli sorrideva e incontri segreti che credeva di poter mantenere tali.
Martina aveva deciso che non avrebbe vissuto nel 2005 e si sparò l'ultimo dell'anno, un minuto prima della mezzanotte. Usò la pistola che era stata di suo padre. I vicini sentirono lo sparo ma pensarono a un botto di Capodanno, e poiché Martina era sola al mondo e anche il fidanzato l'aveva lasciata da mesi, nessuno ritrovò il corpo fino al 9 gennaio.
Youssef, cerata gialla, pantaloni antiacqua e cappello da pescatore, con un gesto del capo ordina di gettare il cadavere in acqua. Krakau lo guarda e non obbedisce. Spiega il marocchino: «Se arrivano, la polizia dico, non possiamo scaricare, ci saranno ore da perdere e non possiamo andare a casa. Mi capisci.» «Se ci vedono? Qualcuno alle finestre?» Youssef osserva il cadavere gonfio e si guarda intorno. É l'imbrunire e si vede poco. Sulla strada che costeggia il canale alcune finestre sono illuminate. Una luce proviene da un battello ormeggiato a pochi passi.
Alzò la testa dal cuscino e guardò la sveglia. La pioggia picchiettava sulla finestra. Le cifre rosse dicevano: tre e trentadue. Il telefono suonava. Giovanni Ribaudo si rese conto che suonava da tempo. Da quanto tempo non lo sapeva, ma capì di avere sognato a lungo un telefono che suona. Si voltò verso la moglie Vera, la vide muoversi appena, gli occhi ancora chiusi. La sentì borbottare. La sveglia segnava sempre le tre e trentadue. Pensò: chi chiama alle tre e trentadue? Il telefono smise di suonare.
Il viso della madre è un'espressione di terrore. É stata torturata. Anche i bambini sono morti. I corpi sono distesi davanti alla madre che non ha potuto proteggerli. Ci sono bicchieri rotti e mobili rovesciati. La madre ha provato a lottare. Il tenente Nino Cascioferro guarda i cadaveri e pensa: avrei dovuto salvarli. Avrei potuto farlo, se solo avessi agito prima, se solo avessi capito prima. Quando finirà questa guerra?
A Khankalà sono le quattro e dieci del mattino, fine marzo, uno spicchio di luna. A Khankalà c'è freddo. Sopra la cornice della porta c'è una placca metallica lunga e stretta. Su sfondo bianco, la scritta in russo: КОМАНДИР, Komandir. La porta è malmessa, l'ultimo strato di vernice si sta scrostando. Appena si varca la soglia, si sente l'odore del sangue, del sudore, delle lacrime. Luiza ha diciassette anni. Luiza l'hanno torturata per tre ore.
Il caso Veronica Panarello
All'uscita da scuola, il bambino non c'è. In via Fratelli Cervi 8, davanti alla primaria Falcone-Borsellino, i genitori si accalcano al cancello. A Santa Croce Camerina sono le 12.30 di sabato 29 novembre 2014. La mamma Veronica tiene in braccio il figlio minore Diego e si guarda intorno in cerca di Lorys. Lo sguardo tagliente attraversa il cortile come una lama in cerca di un'ombra familiare.
La donna senza volto
Al ciclista che pedala verso il parcheggio del parco Theresienwiese sembra strano che i due poliziotti di pattuglia, nella Bmw verde all'ombra del locale tecnico, dormano. Infatti non dormono: la ragazza è morta e il collega moribondo.
Il caso Katarzyna Zowada
Alle sei della sera, Bogusława attende la figlia davanti all'ambulatorio psichiatrico. C'è freddo, c'è buio. Si strofina le mani intirizzite e passeggia per non rabbrividire. Katarzyna ha un appuntamento dal medico, e come sempre lei la accompagna, ma stasera Katarzyna non c'è.
Il mistero della White House Farm
L'ultima volta che cenarono insieme, Sheila Caffell e i genitori adottivi Nevill e June Bamber litigarono. Era martedì 6 agosto 1985. Motivo di discordia fu l'affidamento dei figli di Sheila, i gemelli di sei anni Daniel e Nicholas, che tuttavia morirono nella notte.
Antonella Valenti, di nove anni, Ninfa e Virginia Marchese, sette e cinque, bambine cresciute nella miseria delle case popolari Ina, fra sudiciume e cemento, una sola bambola, giochi in strada, già brave nei lavori di casa per crescere massaie, lasciano la scuola elementare Pestalozzi di piazza Caprera a Marsala e percorrono via Nino Bixio e via Campobello per raggiungere casa, in via Circonvallazione. Sono le due del pomeriggio del 21 ottobre 1971. È giovedì. In quel tratto di strada, scompaiono
Il giapponese cannibale conobbe la studentessa un mese prima di mangiarne il seno condito con piselli, patate e senape di Digione. La incontrò in un'aula dell'università di Parigi. Studiavano letterature comparate.