alberto ongaroAlberto Ongaro, classe 1925, scrittore, sceneggiatore e giornalista, soprattutto grande affabulatore, ha vissuto tanti anni in Sudamerica e poi a Londra prima di tornare nella città natale Venezia. Ha scritto reportage di viaggio per L’Europeo e grandi romanzi, densi di invenzioni. Il primo, “Il complice”, pubblicato nel 1965 da Rizzoli, il più recente, “La versione spagnola”, pubblicato nel 2007 da Piemme che, da qualche tempo, sta riproponendo anche opere di molti anni fa, bellissime e quasi dimenticate. Come il libro oggi più conosciuto, “La taverna del Doge Loredan”, prima edizione 1980, da Piemme nel 2004 e poi in due edizioni economiche. La storia dell’editore Schultz e di un manoscritto scomparso è un romanzo affascinante strutturato su più piani narrativi. L’intera opera di Ongaro è fatta di storie coinvolgenti, in cui l’intreccio è sempre fondamentale. “Il segreto di Caspar Jacobi”, storia di uno scrittore che diventa ghostwriter di un grande romanziere, al quale cede molto più che la sua arte. “Il segreto dei Ségonzac”, ambientato nel ‘700 francese, incantensimo dumasiano e malinconico. “La strategia del caso”, metà giallo senza omicidi metà romanzo d’avventura, che, alla bellezza della scrittura, associa una profonda dimensione etica.

Niente intimismo e ombelichi, ma grandi storie, avventurose, a volte tenebrose, raccontate con stile inconfondibile e scrittura raffinata dal narratore onnisciente, un narratore di gran fascino che non sparisce mai dalla pagina.

L’impressione che ho di Alberto Ongaro è di un uomo riservato, lontano dai salotti letterari.
Non che io li eviti. Non ce ne sono nei miei dintorni e io non vado a cercarli altrove.

Quando leggo le tue storie, mi sembra che per te scrivere sia quasi una gioia infantile.
Mi diverto quando riesco a tirar fuori un carattere che in qualche modo mi appassiona: Paso Doble della “Taverna”, ad esempio, o il greco della “versione spagnola”, mi è molto simpatico anche Francesco Soria del “ponte della solita ora”, mi divertono i suoi dialoghi con Frederika. Ma spesso passo attraverso dure fatiche.

Quale libro hai amato di più mentre lo scrivevi, quale ami di più adesso?
Mentre lo scrivevo forse “La Taverna del Doge Loredan”. Adesso alla mia età “L’ombra abitata” e “Il ponte della solita ora”. Forse perché hanno a che fare con la giovinezza.

I nomi dei tuoi personaggi sono affascinanti. Tomaso Utimpergher, Frederika von Klausen, Cayetana Falcon Laferrere, Theodor Petru solo per citarne alcuni. Sembrano già contenere una storia.
Mi è abbastanza facile trovare nomi romanzeschi e d’altra parte ho sempre avuto la sensazione che i personaggi esistano già in qualche vallata della mente o chissà dove e che siano in attesa di essere chiamati. Io li chiamo in questo modo: prima di cominciare un libro scrivo tanti nomi a casaccio finché sento che qualcuno mi risponde. Lo prendo lo tiro fuori e comincio a ricavarne la storia. I primi indizi me li dà il nome stesso o la sua etimologia. Nomen Omen. Spesso, non sempre, il via a un racconto lo dà un personaggio. Qualche volta i personaggi si costruiscono da soli o quanto meno contribuiscono molto a creare la loro storia. Ho una specie di rapporto medianico con loro. A volte quando o se una storia prende una piega che non gli va o contiene qualcosa che li disturba protestano. O meglio fanno sentire il loro dispiacere. Faccio un esempio: quando stavo scrivendo “Il segreto dei Segonzac” c’erano due personaggi che non funzionavano con grande insoddisfazione mia e loro. Erano due avventurieri corsi che nella Francia del ‘700 volevano entrare nell’alta società. Mi sono reso conto che avevano nomi sbagliati banalissimi: Roger e Cravenne. Glieli ho cambiati. Con i nomi di Ossi e Gambetta hanno funzionato molto bene con soddisfazione mia e loro. Trattare i personaggi come persone in carne ed ossa è un gioco fecondo e molto divertente.

C’è un personaggio a cui ti senti più legato? E perché nessuno di loro sopravvive a un romanzo?
Sono particolarmente affezionato a Rose motore della storia de ‘”L’ombra abitata”. Ha un brutto nome ma l’ho scelto ricordando il discorso di Ronsard sulla rosa ”Mignonne allons voir si la rose qui ce matin avait declosée…”. Mi piace molto anche Nina de “la Taverna”. In sostanza mi piacciono tutti, compresi Viruela e Supplice ma penso che stiano bene nelle storie dove si trovano. Non è il caso di metterli in altre storie.

Tratto comune dei tuoi romanzi è un narratore onnisciente che non sparisce mai dalla pagina, a volta guida il lettore.
Lo scrittore è il destino dei suoi personaggi e quindi li muove come pedine. Ma non sempre i personaggi sono disposti ad essere guidati. A volte si ribellano e prendono le redini della loro storia, obbligano lo scrittore a scendere dove loro si trovano e a discutere. Il che spiega perché lo scrittore è spesso presente quasi come un personaggio del libro che sta scrivendo.

Lo scrittore “destino dei suoi personaggi” sa sempre come finirà la storia o si affida alla “strategia del caso”?
So come una storia va a finire soltanto quando il finale è contenuto nell’inizio. Ma questo succede raramente. Più spesso il finale è prodotto dalla storia. Abitualmente preparo una scaletta (da cui spesso mi allontano) sulla quale costruisco la storia che sviluppo via via cercando di mettere i semi del finale. Se non lo trovo e mi trovo invece davanti a un vuoto, devo tornare indietro e cercare un punto dove inserire il grilletto o il tirante che produrrà la soluzione della storia.

La trama ruota spesso attorno a manoscritti, molti protagonisti sono scrittori, nei tuoi libri ci sono storie dentro altre storie.
Ho sempre lavorato all’interno della dimensione letteraria alta o bassa che sia e sono affascinato dalla ingegneria del romanzo. E’ il mondo che conosco meglio, il che spiega perché spesso (ma non poi così spesso) faccia da fondale alle storie che racconto e perché spesso (ma non poi così spesso) i miei personaggi siano giornalisti scrittori o editori. Il discorso sulle storie che contengono altre storie è nato molti anni fa come reazione alle teorie apocalittiche che annunciavano la morte del romanzo, la fine del personaggio e altre calamità. Io tento di mantenere vivo questo discorso e di restituire al romanzo la maggiore ricchezza di cui è stato privato: il carattere romanzesco.

Cosa è il carattere romanzesco, e perché credi che il romanzo ne sia stato privato?
E’ romanzesco tutto ciò che non è quotidiano, ordinario. E’ romanzesco anche un impiegato ma solo quando torna a casa e la trova occupata da uno sconosciuto. E’ romanzesca l’irruzione del mistero in una vita che ne è del tutto estranea. Certo si può ricavare un buon romanzo anche dalla vita di un impiegato a cui non succede nulla ma non sarà un romanzo romanzesco. E’ del mistero che le teorie apocalittiche hanno privato il romanzo. Adesso però con tutti quei commissari di polizia che indagano si sta esagerando. Si sta ricadendo in un altro luogo comune.

La cosa più importante in un romanzo è l’intreccio?
In un romanzo diciamo romanzesco l’intreccio è molto importante. D’altra parte non si può parlare di buon intreccio se non c’è una buona scrittura e i caratteri sono convenzionali. Un tempo l’avanguardia squalificava l’intreccio e puntava solo sulla lingua con il risultato che non è rimasto niente di quel tempo.

Hai vissuto a lungo in Sudamerica e molti tuoi romanzi si svolgono fra Uruguay, Brasile, Argentina e, Venezia a parte, mi sembra che siano i luoghi che la tua scrittura sa restituire meglio. E che anche i personaggi sudamericani siano fra quelli riusciti meglio.
Il Sudamerica è stato molto importante per la vita che vi ho fatto e quindi anche per la scrittura. E’ un luogo pieno di sapori, odori, suoni che ho respirato per molti anni fino a restarne impregnato. E’ chiaro che bella o brutta che sia la mia scrittura risente di tutto questo e ne risentono anche i miei personaggi.

Mi sembra che Londra, dove pure hai vissuto anni, sia stata meno importante per i tuoi romanzi, con la sola eccezione della “Taverna”.
Buona parte della “Taverna” l’ho scritta a Londra nei ritagli di tempo del mio lavoro per L’Europeo. Non ci sono più tornato, diciamo letterariamente, non perché Londra non sia una città affascinante e romanzesca. Lo è eccome. Ciò che mi trattiene dal ritornarvi (narrativamente) è che ho ripetuto troppe volte lo stesso meccanismo: un personaggio sta in un posto mettiamo in Italia da dove parte per andare in un altro posto dove è successo qualcosa. Ma non escludo di poter superare l’impasse e di ambientare una storia a Londra.

La tua scrittura è piena di immagini, e a volte sembra di stare dentro un film.
Aver fatto lo sceneggiatore di fumetti in gioventù per molti anni e saltuariamente anche in età adulta (considero il fumetto, quello buono, un’arte e una grande scuola per chiunque voglia scrivere) mi ha aiutato a rendere il più visiva possibile anche la scrittura interiorizzata dei romanzi. Del resto la mia prima opzione era di fare lo sceneggiatore cinematografico. Sarei dovuto andare a Roma invece che a Buenos Aires ma certamente non mi pento di quello che ho fatto.

Da “La partita” è stato tratto un film diretto dai Vanzina. Eppure mi sembra che fra il tuo mondo e quello dei Vanzina non ci sia intersezione.
I Vanzina volevano fare un salto di qualità ma non possono certo dire di esserci riusciti. Il guaio è che io in un certo modo avevo perso la giurisdizione su quel libro. Avevo dato l’opzione a un altro regista il quale l’ha venduta a un terzo guadagnandoci e il terzo a un quarto e così via finché è arrivata nelle mani dei Vanzina. Che sono bravi artigiani nel genere allegro ma non vanno oltre. Io l’ho saputo a film già cominciato. Uscito il film un noto critico evidentemente al soldo del produttore ha scritto che i due fratelli avevano ricavato un film bellissimo da un libro privo di spessore.

A mio avviso, “Rumba” è uno dei più bei noir degli ultimi anni. Perché si scrive e legge tanto noir, o presunto tale?
Il noir (ma deve essere molto buono) dà forti emozioni, diciamo come un innamoramento che finisce male. Ma al quale non si rinuncerebbe in nessun caso per le emozioni profonde che se ne ricava. Per quel che ne so il primo a “innamorarsi” nel noir è l’autore.

“La versione spagnola” è una riflessione sulla responsabilità dello scrittore?
Il tema di fondo de “La versione spagnola” è quello della vendetta di un idolo infranto, di una esistenza mancata che non riesce a riscattarsi. E’ un tema che duole allo scrittore che lo affronta perché nei suoi perduti personaggi immaginari persone reali possono riconoscersi e perdersi. Di qui nasce come tema secondo ma non secondario la riflessione della responsabilità dello scrittore.

La parola scritta sembra contare ogni giorno di meno.
Penso che gli scrittori siano i custodi della parola scritta e che abbiano il dovere di mantenerla viva, di proteggerla dalla prepotenza e dalla velocità dell’immagine. Non credo comunque che la parola scritta sia destinata a sparire. Il piacere della lettura come momento di lentezza e di pausa è una componente insostituibile e profondamente radicata della vita.

Ci sono autori a cui ti ispiri o ti sei ispirato in passato?
Più che ispirato sono stato profondamente affascinato da questi autori: Rainer Maria Rilke (I quaderni di Malte Laurids Brigge); Malcolm Lowry (Sotto il Vulcano); Vladimir Nabokov (Lolita, Il dono). E prima di questi:Conrad, Stevenson, Melville tutti interi, Dostoevskij e tanti altri.

Ci sono scrittori italiani contemporanei che segui con piacere?
A dir la verità non ne so molto ma non per alterigia.Probabilmente è un mio limite che mi impedisce di godere di storie paesane anche di quelle di cui si parla molto bene. Non conosco lo stato attuale. A parte Gomorra che è un capolavoro di giornalismo investigativo e anche un capolavoro letterario. Nel passato ho apprezzato molto scrittori come Pontiggia, La Capria, Sergio Ferrero, Sanavio, Carlo della Corte.

Qual è il tuo rapporto con internet? Segui i dibattiti letterari in rete? Ci sono blog che leggi?
Leggo il tuo blog e quello di Luciano Comida. Non seguo i dibattiti letterari in rete forse perché fino ad ora non ho mai saputo che ci sono.

Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata su Queer di Liberazione del 13 luglio 2008 (pdf)

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  1. La maschera di Alberto Ongaro | enricogalantini del 21 Dec 2011

    […] universo letterario. Nelle storie ha sempre un gran peso l’immaginazione dei personaggi (e dello scrittore onnisciente). I suoi personaggi non sono quasi mai persone normali né di solito hanno nomi normali. Vivono […]