incipit

il bacio della bielorussaIl bacio della bielorussa

Youssef, cerata gialla, pantaloni antiacqua e cappello da pescatore, con un gesto del capo ordina di gettare il cadavere in acqua.
Krakau lo guarda e non obbedisce.
Spiega il marocchino: «Se arrivano, la polizia dico, non possiamo scaricare, ci saranno ore da perdere e non possiamo andare a casa. Mi capisci.»
«Se ci vedono? Qualcuno alle finestre?»
Youssef osserva il cadavere gonfio e si guarda intorno. È l’imbrunire e si vede poco. Sulla strada che costeggia il canale alcune finestre sono illuminate. Una luce proviene da un battello ormeggiato a pochi passi.
Piove da una settimana. La pioggia è sottile, continua, spazzata dal vento incessante, la temperatura sette gradi sopra lo zero. Nel canale Maliesingel la draga a benna mordente «IHC Merwede» è ferma sui pali di ancoraggio.
Prima del cadavere, Youssef al timone sfoglia una rivista di automobilismo. Alza gli occhi e guarda il cielo grigio di Utrecht. Pensa al cielo di Tangeri. Impreca. In Marocco è stato un pescatore. Sa manovrare una barca in mare e chi va per mare non teme un canale di città. È capodraga. Krakau il polacco è sulla draga con lui. Krakau ha occhi grigi e tristi e non si chiama così, ma quando dice il suo nome nessuno lo capisce. Allora aggiunge « ik kom uit Krakau », sono di Cracovia, e prendono a chiamarlo Krakau. È da poco in Olanda. Sulla draga manovra la benna.
Nessuno sente Youssef imprecare. Il rumore della draga è assordante. Il pomeriggio è buio. Sospendono fra poco per riprendere domani. Hanno recuperato un ciclomotore, pezzi di automobili, soprattutto sportelli, un distributore automatico di bevande, una lavatrice. E biciclette, biciclette, ancora biciclette. Il pozzo di carico della draga è un cimitero di biciclette.
Youssef sporge la testa dalla cabina.
«È quasi buio, Krakau, andiamo a scaricare» urla. Il diesel borbotta.
«Ancora due minuti, sta tirando su» risponde Krakau.
Youssef impreca ancora, sottovoce. Non ne può più della vita sulla draga. Non vuole più vivere impregnato dell’odore di gasolio e olio bruciato che nemmeno questa pioggia continua lava via. Non ne può più di questa città indifferente. Vuole fare soldi e tornare in Marocco dai figli. Per come vanno le cose, ci vorranno decenni.
La benna mordente della draga esce dall’acqua limacciosa del canale portando l’ultima pesca della giornata. Krakau guarda la benna, sussulta e fa mezzo passo indietro. È un istante, poi si riprende. Manovra e posa il contenuto nel pozzo di carico. Si avvicina per controllare. Gli vengono le lacrime, soffoca un colpo di tosse.
«Youssef!» urla.
Youssef si volta a guardarlo, resta in cabina. Polacco fai il tuo lavoro in fretta e ce ne andiamo a casa, pensa.
«Vieni a vedere, Youssef.»
Quando il marocchino è accanto a Krakau capisce che la giornata non finirà presto. La benna ha depositato nel pozzo di carico della draga, fra le biciclette, il corpo di un uomo. Un corpo gonfio e violaceo, morsicato dai topi. Youssef guarda le mani prive di unghie e ha un conato di vomito. Si raschia la gola, sputa in acqua. Guarda il viso largo, gli occhi aperti e protrusi.
Youssef e Krakau osservano a lungo, in silenzio, sotto la pioggia olandese. La gerarchia è chiara: comanda Youssef. Non solo perché lui regge il timone. È un fatto di carisma. Krakau tace in attesa di una parola del marocchino.
Youssef ordina e Krakau non obbedisce. Youssef pensa.
«Se ci vedono che lo buttiamo in acqua, allora sono casini. Ci arrestano» mormora nella sua lingua. «O peggio mi rimandano in Africa.»
Krakau lo sta fissando.

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Palermo criminaleMartina che cantava a Capodanno
(dall’antologia “Palermo criminale”)

Martina aveva deciso che non avrebbe vissuto nel 2005 e si sparò l’ultimo dell’anno un minuto prima della mezzanotte. Usò la pistola che era stata di suo padre. I vicini sentirono lo sparo ma pensarono a un botto di capodanno, e poiché Martina era sola al mondo e anche il fidanzato l’aveva lasciata da mesi, nessuno ritrovò il corpo fino al 9 gennaio.

Aveva da poco compiuto diciannove anni e aveva vissuto una vita serena, a tratti felice, benché avesse perso la mamma da bambina. Era cresciuta sola con papà, che la adorava e riempiva di attenzioni. A giugno si era diplomata al liceo classico ed era ancora incerta se iscriversi in giurisprudenza o economia. Pensava giurisprudenza perché le sarebbe piaciuto diventare giudice. Di più le sarebbe piaciuto diventare cantante ma era consapevole che si trattava di una strada impervia. Aveva partecipato al talent show Popstars e una sera era apparsa su Italia 1, ma era stata eliminata e in fretta dimenticata. Da qualche anno cantava nei locali della provincia con la band “Martina & the Floating Hearts”. Facevano cover di vecchie canzoni e la sua preferita, quella con cui chiudeva ogni concerto, era “Besame mucho”. Aveva avuti parecchi fidanzati, e le piaceva molto fare sesso con loro, e a volte anche senza di loro.
Una vita senza mamma, a tratti felice, fino al gennaio del 2004.

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La notte del gatto nero

Alzò la testa dal cuscino e guardò la sveglia. La pioggia picchiettava sulla finestra. Le cifre rosse dicevano: tre e trentadue.
Il telefono suonava.
Giovanni Ribaudo si rese conto che suonava da tempo. Da quanto tempo non lo sapeva, ma capì di avere sognato a lungo un telefono che suona.
Si voltò verso la moglie Vera, la vide muoversi appena, gli occhi ancora chiusi. La sentì borbottare. La sveglia segnava sempre le tre e trentadue.
Pensò: chi chiama alle tre e trentadue?
Il telefono smise di suonare.
Era stata Agnieszka l’ultima persona a chiamare di notte, ed erano tre anni fa.
Anche quella notte pioveva.
«Signora sta male» aveva detto la badante polacca.
E lui si era vestito in fretta ed era corso. Era arrivato in tempo per guardare gli occhi pallidi e lucidi di sua madre, stringerle una mano e sentirla morire. Pensava alla voce di Agnieszka mentre il telefono ora era muto. Chissà dov’era Agnieszka adesso. Con la mente, tornò al funerale, alla chiesa semivuota che aveva amplificato il suo dolore. Tornò al dopo. All’angoscia di quando aveva sgomberato la casa di mamma. Di quando aveva svuotato gli armadi, di quando aveva preso le carte (intere annate di riviste femminili, ritagli di quotidiani conservati chissà perché, centinaia di ricette) e ne aveva buttati chili. Di quando aveva risolto i contratti, anche l’affitto della casa dove lui aveva vissuto da bambino.
Uno squillo lo distolse dai pensieri.
Allungò un braccio e rispose.
La voce che gli parlò era spaventata, quasi un sussurro. Era una voce di donna.
Giovanni non capì le parole.
«Cosa vuole?»
«Scusi l’orario, cercavo Salvatore.»
Una straniera anche lei, pensò Giovanni. Non ebbe la forza di arrabbiarsi.
«Non può chiamarlo al cellulare?»
«È spento.»
«Attenda.»
Si rivolse a Vera. «Salvatore è tornato?»
«Ma chi è a quest’ora?»
«È tornato?»
«Non l’ho sentito.»
Giovanni poggiò la cornetta. Si alzò. Si trascinò verso la camera del figlio. Ripensò alla chiamata di Agnieszka. Ripensò al dopo. Alle pillole pronte sul comodino che a mamma non sarebbero servite più, a profumi e lozioni a metà, alle scatole di scarpe piene di documenti inutili, alla tessera del cinema di trent’anni prima, a uno scatolone di giocattoli che potevano essere stati solo suoi e che lui non ricordava più. A chiavi, decine di chiavi, che aprivano chissà cosa. Agli avanzi di cibo e all’insalata già lavata nel frigorifero. A rubriche telefoniche affollate di morti.
Aveva buttato ogni cosa.
Anche i faldoni con i suoi quaderni della scuola elementare. Anche l’asciugamano che odorava ancora della pelle di mamma.
Aveva preferito così.

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il giapponese cannibale

Il giapponese cannibale

Il giapponese cannibale conobbe la studentessa un mese prima di mangiarne il seno condito con piselli, patate e senape di Digione. La incontrò in un’aula dell’università di Parigi. Studiavano letterature comparate.

Il giapponese cannibale si chiamava Issei. La sua vita era cominciata a Kobe come un brutto film. Nel 1949 mamma Tomi, incinta di otto mesi, era caduta dalle scale di un centro commerciale e aveva quasi abortito. Issei era nato prematuro e, a causa di anossia cerebrale, era stato dichiarato morto. Dopo venti minuti aveva ripreso a respirare. Era un neonato minuscolo: papà Akira poteva tenerlo nel palmo di una mano. Nel 1951 un’epidemia di encefalite aveva colpito il Giappone. Issei si era ammalato ma era sopravvissuto. Era cresciuto amato e coccolato ed era rimasto minuto. A trentadue anni Issei era alto un metro e cinquantuno, pesava trentotto chili e si era sempre sentito inadeguato, in Giappone e ora a Parigi dove viveva dal 1977 per studiare in corsi post laurea.

Si era laureato all’università Wako di Tokyo con una tesi sull’opera La Tempesta di William Shakespeare. Era un uomo di grande intelligenza. Issei amava l’Occidente. Issei amava soprattutto le grandi donne occidentali dalla pelle bianca. Aveva cominciato a masturbarsi sulle immagini di Grace Kelly e Jean Seberg. Di Grace Kelly adorava le spalle bianche sempre in mostra. Sognava di morderle. Le donne orientali, invece, non gli davano alcuna emozione. Associava la pelle gialla alla puzza della metropolitana di Tokyo. Era il maggio del 1981 e François Mitterrand era stato eletto presidente della Repubblica francese. Issei era seduto in aula per seguire un corso sul Dadaismo, quando lei gli passò accanto. Lei non lo guardò. Lui sì: era alta, bionda, molto pallida. Aveva occhi blu, di un blu che tendeva al grigio. Era con un ragazzo. Issei si era unito alla classe tardi: non conosceva nessuno. Era sempre in disparte e teneva gli occhi bassi. Issei si sentiva incompleto e immaginava che anche gli altri lo pensassero così.

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i cani di via lincolnI cani di via Lincoln

Il viso della madre è un’espressione di terrore. È stata torturata.
Anche i bambini sono morti. I corpi sono distesi davanti alla madre che non ha potuto proteggerli. Ci sono bicchieri rotti e mobili rovesciati. La madre ha provato a lottare.
Il tenente Nino Cascioferro guarda i cadaveri e pensa: avrei dovuto salvarli. Avrei potuto farlo, se solo avessi agito prima, se solo avessi capito prima. Quando finirà questa guerra?
La madre è nuda sul pavimento, caviglie e polsi ancora legati a una sedia. Il caschetto di capelli biondi è insanguinato. Era bella, pensa il tenente. Le guarda il seno, tagliuzzato, il sangue rappreso sui capezzoli, le guarda le mani, le dita affusolate. Le guarda le unghie lunghe curate e dipinte di rosso. Sette, perché tre unghie della mano destra non ci sono più.
È colpa mia, pensa Cascioferro.
Cosa le hanno fatto?
Lei non poteva sapere. Se avesse saputo, avrebbe parlato.
Nessuna madre resiste all’esecuzione di tre figli.
Cascioferro guarda il volto bluastro. Dopo le torture è stata strangolata. Guarda i bambini allineati di fronte alla madre, ai piedi della parete attrezzata, sotto la tv accesa.
Quali bestie uccidono tre bambini davanti alla madre?
Un cuoco su Rai Uno sta parlando del battuto di sedano. Aggiungere le carote, dice.
Sul tavolino rotondo c’è un bicchiere vuoto, odora di Martini. Sul bordo il segno del rossetto.
Il tenente della Scientifica Grandinetti si avvicina a Cascioferro e gli dice: Deve essere andata così: sono entrati, erano almeno in sei.
Hanno addormentato e chiuso i bambini nella stanza in fondo.
Lei l’hanno torturata, ma lei non parla perché non sa.
È durato ore.
Guarda i segni sul corpo, dice Grandinetti, ma Cascioferro non vuole.
Guarda il seno, le braccia, le mani.
La benzina per terra.
Le hanno fatto ingoiare la benzina.
Cascioferro distoglie lo sguardo dal corpo.
Allora hanno preso il bambino più grande. L’hanno messo qui, dove è morto, di fronte alla madre, e l’hanno strangolato.
Cascioferro lo guarda. Avrà otto anni. Stringe in mano il modellino di un’autopompa. Cascioferro si abbassa. Legge la scritta FIRE BRIGADE. Si chiede se è la stessa autopompa che aveva lui da bambino. Gli sembra di sì. Torna con la mente alla casa di Alcamo. Sente gli odori. Sente il profumo della cucina di sua madre. Prima di ammalarsi, sua madre cucinava molte ore al giorno. Poi se n’è andata lentamente. È morta ormai da tanti anni. Cascioferro sente stringersi il cuore.
Grandinetti prosegue il racconto, Cascioferro quasi non ascolta.
Hanno detto alla madre: se parli, i più piccoli vivono.
Ma lei non parla. Lei non ha nulla da dire. Loro cercano lui, e lei non sa dov’è.
Le hanno ucciso gli altri due figli. Uno alla volta, con la crudeltà delle bestie.
Poi hanno finito lei, con la stessa corda.
Il cuoco su Rai Uno: abbondante cipolla e fuoco molto lento.
Cascioferro ne ha viste molte, scene del crimine, meno di un mese fa otto cadaveri e mezzo trucidati col kalashnikov, ma questa lo colpisce. Avrei dovuto proteggerli, pensa. Sono tre bambini. Non dovrebbe, perché è un tenente dei carabinieri in servizio sulla scena di un crimine, ma Cascioferro piange. Si nasconde ai colleghi.
I colleghi lo guardano. Non attendono ordini perché non ci sono più ordini da dare. Lo guardano come si guarda il capo quando si sta perdendo la battaglia. Lo guardano perché lo ammirano, perché è lui che deve consolarli per le sconfitte e motivarli per andare a vincerla, questa guerra.
Il cuoco su Rai Uno: il piatto è pronto da servire in tavola.
“Spegnete questa cazzo di tivvù”, urla Grandinetti.
Cascioferro piange e pensa: le bestie che hanno fatto questo non meritano un tribunale e avvocati difensori. Non meritano di andare liberi perché l’avvocato conosce le parole, i codici, i cavilli. Cascioferro dubita della legge in cui ha sempre creduto. È un carabiniere e crede nel diritto.
Credeva.
Le bestie Cascioferro vuole strangolarle con le sue mani.
Sa che non dovrebbe pensarlo. Sa di rappresentare lo Stato. Sa di essere la legge.
Eppure lo pensa. Non ha altri desideri, solo quello: le bestie vuole strangolarle con le sue mani.
Si domanda: perché non li hanno sciolti nell’acido? Di solito fanno così. Senza cadaveri l’indagine è più difficile. Avrebbero avuto tempo e modo.
Riflette: perché questi quattro corpi sono un messaggio per lui.
I morti non ricevono messaggi.
Dunque lui è vivo.
Lui non è in un bidone di acido come credevamo.
Lui è vivo e neanche loro sanno dove.

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il sangue degli altri Il sangue degli altri

A Khankalà sono le quattro e dieci del mattino, fine marzo, uno spicchio di luna.
A Khankalà c’è freddo.
Sopra la cornice della porta c’è una placca metallica lunga e stretta. Su sfondo bianco, la scritta in russo: КОМАНДИР, Komandir. La porta è malmessa, l’ultimo strato di vernice si sta scrostando. Appena si varca la soglia, si sente l’odore del sangue, del sudore, delle lacrime.
Luiza ha diciassette anni.
Luiza l’hanno torturata per tre ore.
Era a casa, prima.
Era con mamma e papà, con i fratelli.
Otto miliziani l’hanno presa, stordita, avvolta in una coperta, portata in un prefabbricato militare alle porte di Groznyj. Sei sono andati via, due l’hanno picchiata.
Calci, pugni, schiaffi. Lei all’inizio reagiva, si dimenava, tentava di battersi. Aveva infilato le unghie nere nella carne di uno di loro. Lui aveva urlato dal dolore, ma si era incattivito. Aveva ripreso a picchiarla ancora più selvaggio. Poi, era uscito all’aperto a chiamare i suoi uomini. Erano entrati in quattro, con l’ordine di legarla.
La luce tremolante.
Su quegli uomini un’aura spettrale.
Mani e piedi. Nodi così stretti che i polsi e le caviglie avevano cominciato a sanguinare. I quattro uomini erano usciti, Luiza era rimasta sola con i due aguzzini.
Infierivano su di lei con una violenza che Luiza, prima, non avrebbe saputo immaginare. Una violenza di cui non capiva la ragione. Fino a farla svenire.
A Khankalà sono le quattro e dodici del mattino, fine marzo, uno spicchio di luna.
Luiza è al suolo, colpita al volto. Mani e piedi legati. Adesso è innocua, le sue forze esaurite, la sua capacità di reagire annullata. Prova a raggomitolarsi lì, sul linoleum, ma non ce la fa. Dalla bocca le esce un debole rantolo. Sono grossi e ubriachi. Le parlano in russo, lei non capisce. Ridono vedendola trascinarsi a terra. Una risata sonora e lunga.
I due uomini siedono al tavolino e riprendono a bere vodka. Finiscono la seconda bottiglia. Poi, si danno manate complici. Aprono un rubinetto, riempiono un secchio di acqua fredda. La gettano su Luiza. La ragazza è intontita e sanguinante, ma sembra riprendersi